Mercoledì 23 luglio
Alle 9, puntualissima, Nathalia ci attende nella hall per accompagnarci nella visita alla capitale della Georgia.
La seguiamo mentre elaboriamo la prima, inaspettata, informazione sull’attrattività turistica del paese: in hotel gli ospiti sono in larga maggioranza orientali, giapponesi, coreani, non sappiamo dirlo con certezza ma sarà una costante del viaggio.


La nostra guida – un passato da dentista in Italia, ci dice, e un ritorno a Tbilisi per scelta – caratterizza la visita sulle parti moderne e sulle sue trasformazioni tuttora in corso, che fanno della capitale una città multiforme, dove il Ponte della Pace dell’architetto italiano Michele De Lucchi, con la sua copertura vitrea, dialoga con le cupole delle terme antiche e con la moschea che caratterizzano, queste ultime, il quartiere di Abanotubani mentre mansueti cani randagi seguono i nostri passi, forse nella speranza di un boccone.
Facciamo inoltre conoscenza con i churchkhela, i dolci tipici della Georgia in bella mostra sulle bancarelle, una sorta di candele di frutta secca protette da una guaina di farina impastata con il vino locale, retaggi e testimoni di una tradizione semplice e frugale.


Concluso il primo giro e scambiati i nostri euro con i lari georgiani, una breve salita ci porta alla funiva che ci issa sulla sommità della collina di Sololaki, dove troneggia – algida e corrusca nella sua veste di alluminio scintillante – Madre Georgia, la statua colossale, eretta nel 1958 per commemorare il 1500° anniversario della fondazione di Tbilisi che – almeno a noi visitatori europei – fa correre il pensiero alle rivendicazioni etniche e ai nazionalismi contemporanei.

D’altra parte, intorno alla Madre di Kartli – questo il suo nome in georgiano – nella calura che comincia farsi sentire, fervono le vendite di souvenir a poco prezzo, comprese le immancabili spillette soviet, e le somministrazioni di spremute di arancia e di melograno, queste sì con prezzi che non hanno nulla da invidiare ai nostri.
Si scende di nuovo in funivia per attraversare un antico caravanserraglio, dove le merci stoccate oggi sono a uso e consumo del turismo, per arrivare alla cattedrale ortodossa della Santissima Trinità che, oltre alla sua magnificenza architettonica, con una funzione religiosa in corso, ci presenta una delle tante testimonianze della fede dei georgiani.
Pausa pranzo nella strada dei ristorantini, che si prolunga dalla chiesa e ci attrae con i suoi dehors ombreggiati e i suoi vaporizzatori d’acqua.
Ristorati, proseguiamo sul Ponte della Pace per attraversare il Kura – che corre sotto di noi con le sue acque limacciose percorse dai barchini da diporto – riprendere il nostro pullmino e salire al Mtatsminda Park, un parco divertimenti che domina la città con la sua ruota panoramica, le giostre e una sorta di minareto che, ai brianzoli del gruppo, ricorda un po’ la Consonno dei tempi d’oro.

Fa caldo e, per dissetarci, beviamo il primo sorso della salina e dissetante acqua Borjomi – la preferita da Stalin, ilgeorgiano della città di Gori – venduta in una bottiglietta di vetro che, purtroppo, dopo pochi minuti butteremo tra i rifiuti perché non verrà riciclata.
Rientrando a piedi, commentiamo la giornata con Alfio Sironi – il geografo del Festival che ci accompagna in questo viaggio – e notiamo che Nathalia ci ha dato una visione d’insieme, sicuramente interessante, della città nuova ma non ci ha detto né mostrato nulla della città vecchia, che pure si estende immediatamente al di sotto di Madre Georgia, con i suoi palazzi in gran parte diroccati e bisognosi di restauro ma pieni di fascino e testimoni di un passato oggi al bivio tra il recupero e l’abbattimento per una nuova gentrificazione.
Dopo la discesa un passaggio alle terme e un po’ di riposo prima di proseguire con le prelibatezze gastronomiche georgiane, a partire dall’immancabile cachapuri – la focaccia ripiena di formaggio che tutti aspettavamo – e il vino rosso di cui la Georgia va fiera.
Li recupereremo, con Alfio, nella seconda visita alla città che faremo di ritorno dal Caucaso.
In copertina, una funzione religiosa all’interno della cattedrale.


















































