Giovedì 24 luglio
È il giorno delle grandi montagne: riprendiamo il pulmino e, con la guida sicura di Ghiorghi, puntiamo verso la Strada Militare Georgiana, il lunghissimo asse di collegamento aperto nella seconda metà del ‘700 dalla zarina Caterina II per assicurare alla Russia il controllo – che si rivelerà sempre instabile e problematico – sulla Transcaucasica.
C’è grande aspettativa fra i viaggiatori che – tranne Alfio – visitano il paese per la prima volta: come sarà il Caucaso Maggiore? Ci saranno le nevi scintillanti e le valli impervie descritte da Puskin e da Leskov, vedremo un mondo davvero diverso?
Dopo esserci destreggiati nell’onnipresente traffico di Tbilisi, imbocchiamo finalmente la nostra strada che corre a fianco del fiume Aragvi e, nella parte basse della valle, ci apre la vista su una sequenza di case isolate e una lunga estensione di frutteti: siamo in un paesaggio tranquillo e, tutto sommato, familiare.

Il primo incontro con la diversità lo abbiamo con l’arrivo a Ananuri, un insediamento fortificato a una settantina di chilometri dalla capitale.

Il complesso – 2 castelli e una chiesa dedicata alla Vergine Maria – sorge su uno sperone roccioso ed è protetto da una muraglia possente, che a sud si affaccia sul lago artificiale creato lungo il fiume.
Ammiriamo il ciclo di affreschi che orna la chiesa e – aggirandoci sui camminamenti pietrosi della fortezza – proviamo a scambiare qualche parola con chi, come noi, fa del turismo culturale: in gran parte sono russi, kazaki, armeni, ovviamente georgiani che visitano il loro paese, risuonano lingue che non conosciamo e di cui intuiamo ben poco; siamo in quella parte del mondo che sta a cavallo fra l’Europa e l’Asia Minore e piano piano scopriamo il suo universo.
Conclusa la visita, cerchiamo il nostro pulmino sul piazzale, contornato da un lato dalle bancarelle di souvenir – che ancora non ci siamo lanciati ad acquistare – e di spremute di frutta.

Ricominciamo a salire e, quando il fiume inizia a farsi più rapido, spuntano – allineati lungo la riva – i gommoni del rafting, sono tanti piccoli punti di noleggio che ci danno l’idea di un’economia molecolare, che cresce attorno alla maestosità della natura.
Ma se la natura, salendo, si fa via via più maestosa, la Strada Militare Georgiana di chilometro in chilometro si trasforma in una lenta camionabile, percorsa come è da un gran numero di mezzi pesanti georgiani ma ancora di più armeni diretti verso la Federazione Russa, che resta per entrambi gli Stati ma in particolare per l’Armenia un irrinunciabile mercato di interscambio.
Ma oltre al traffico ci colpisce, a un certo punto della salita, imbatterci nel grande cantiere – inequivocabilmente targato China Shipping – impegnato a costruire la variante di valico in tunnel che dovrà alleggerire e rendere più scorrevole il passaggio delle merci.
Il tempo stringe, ci sono altre cose in programma e, per oggi, rinunciamo a fermarci al passo di Jvari – dove si erge imponente il monumento all’amicizia russo-georgiana e dove tutti i turisti scattano le foto ricordo.
Ma è proprio in quel momento che ci rendiamo conto di che cosa sia effettivamente il Caucaso Maggiore e quello che più ci colpisce non è tanto l’aspetto delle montagne – in fondo simili alle nostre Alpi – ma l’estensione enorme dello spazio: valli e cime senza più alberi, data l’altitudine, di un verde brillante, macchiate qua e là da piccoli nevai residui che l’occhio non si stanca di percorrere.

Due aquile, maestose, decidono di accompagnarci nella salita per alcune centinaia di metri mentre piccole mandrie di bovini ci contendono l’asfalto e rallentano ancora di più il nostro andare.
Dopo quasi 5 ore di viaggio, raggiungiamo la nostra meta: Kazbegi, con la chiesa della Trinità di Gergeti che si staglia su una altura rocciosa e la vetta del Kazbeg: 5047 metri velati di nuvole.
Un passaggio in hotel – in stile montano-moderno dall’accoglienza lenta per i nostri ritmi brianzoli – per lasciare i bagagli e poi si prosegue: chi si arrampica lungo il sentiero per la chiesa e chi sceglie una visita fotografica al paese.



A chi si aggira per le sue strade, Kazbeg mostra apertamente la sua precarietà di paese in bilico: i marciapiedi esistono ma hanno perso la pavimentazione, le strade sembrano in via di perenne rifacimento, nella piazza un gran numero di taxi è pronto a portare i turisti su alla Trinità mentre i contadini vendono frutta e verdura trasportate con le vecchie auto di Togliattigrad, il museo è tristemente chiuso ma – se si vuole – si può mangiare il sushi e bere il caffè, proposto in molte varianti, nei bicchierini usa e getta di un simil Mcdonald mentre una mandria di cavallini si dirige da sola verso casa.


La sera un nuovo incontro la cucina georgiana e, a questo giro, con i khinkali – i tradizionali ravioli georgiani a forma di fagottino che cerchiamo di mangiare, secondo l’uso, tenendoli in mano – e la carne arrostita servita su lunghi spiedi.


















































