Venerdì 25 luglio

Ci svegliamo in un mattino sereno che ha spazzato le nuvole del giorno prima e il Kazbeg finalmente ci svela il suo massiccio roccioso e la sua cima innevata.

Giusto il tempo di sostare nel prato dell’hotel per ammirarlo e scrutare il paese, che piano piano si anima, ed è già ora di riprendere il pulmino per scendere di nuovo verso Tbilisi.

Uno scorcio di Kazbegi

Ghiorghi, sempre efficiente, carica rapidamente i bagagli, mette in moto e – come sempre – pensa di renderci più leggero il viaggio con un po’ di musica.

Le sue scelte confermano il luogo comune ma reale della passione che a Est nutrono per la musica melodica italiana e infatti ci propone una selezione da Al Bano, Boccelli, Celentano; ascoltiamo le canzoni sperando, in cuor nostro, nella provvidenziale comparsa – sulla schermo – della scritta nie signalo che ogni tanto, in un russo sintetico, comunica l’assenza di campo e ci regala una pausa di silenzio.

Scendendo lungo i primi tornanti, vediamo chiaramente l’attività edilizia che sta trasformando i pascoli fra Kazbegi e il passo di Jvar in una località sciistica; alberghi e seconde case spuntano qua e là, spesso fianco a fianco senza che si riesca a percepire un criterio urbanistico e nemmeno, in qualche caso, una semplice viabilità di passaggio fra le costruzioni, innalzate nello stile alpino contemporaneo, con una preponderanza di grigio e legno a vista, che ci risulta facile riconoscere ma non sappiamo collocare nella storia e negli usi locali.

Proseguiamo spediti fino al passo, dove la vista si apre sulla vastità dello spazio e sul Monumento all’amicizia dei popoli di Russia e Georgia, realizzato dall’architetto e pittore Zurab Cereteli e inaugurato nel 1983 per celebrare il bicentenario del trattato di Georgievsk, che nel 1783 aveva posto il regno orientale di Georgia sotto la protezione di Caterina II.

Imponente e stagliato contro il cielo, il Monumento rievoca – con una pittura realistica, ottimista e satura di colore che scorre da sinistra verso destra – fatti storici e celebri topos della cultura dei due paesi ma la sua permanenza in uno dei punti più suggestivi del Caucaso è oggi messa in discussione e non mancano i georgiani che vorrebbero smantellarlo in nome della riconquistata indipendenza.

Tutto sommato, senza ovviamente entrare nel merito della complicatissima questione, l’opera in sè a molti di noi piace e ne discutiamo mentre respiriamo l’aria frizzante del passo, che nel frattempo si è parzialmente ricoperto di nuvole.

Il passo di Jvar

Un piccolo insediamento provvisorio di pastori e venditori di prodotti locali attira la nostra attenzione, acquistiamo qualcosa da spiluccare durante il viaggio e non possiamo rinunciare alle ciliegie rosse e gialle, proprio quelle che chiamiamo popolarmente duroni e che da noi sono ormai introvabili da decenni.

Conclusa la sosta, si prosegue fino alla periferia di Mtskheta, dove una antica chiesa dedicata a santa Nino, colei che ha cristianizzato la Georgia, che ci colpisce con la sua pietrosità arcaica.

Poco dopo arriviamo a Mtskheta, l’antica capitale della Georgia e centro nevralgico del Cristianesimo ortodosso nel paese, dove ci aggiriamo nella parte storica seguendo un dedalo di ristorantini e botteghe per turisti, alle quali è stato fatto posto intervenendo con mano pesante sulle vecchie costruzioni.

La chiesa dedicata a santa Nino, alla periferia di Mtskheta

Nella sua imponente cattedrale, risalente all’Undicesimo secolo nella prima fondazione e considerata la più bella della Georgia, abbiamo la fortuna di imbatterci in una funzione religiosa molto partecipata da un gruppo di fedeli e celebrata da un officiante che ci incanta con la sonorità della voce e la musicalità delle preghiere.

Secondo la tradizione, nella cattedrale di Svetitskhoveli – questo il suo nome – sarebbe stata sepolta la tunica di Cristo e il grande valore architettonico, oltre che di fede, che i georgiani le attribuiscono li hanno portati a dar credito all’ipotesi che al suo costruttore sia stata tagliata la mano per impedirgli di farne una più bella.

Terminata la visita, raggiungiamo nuovamente Tbilisi e teniamo fede al proposito di “recuperare” il giro nella città vecchia, quella parte della capitale negletta dalla guida Nathalia che vediamo nella sua grazia antica e nella sua precarietà moderna, in attesa di decisioni sul suo destino.