Sabato 26 luglio
È il nostro ultimo giorno in Georgia e lo affrontiamo attraversando il Kakheti, la regione del vino che si estende a sud est della capitale, punteggiata da distese di viti che – man mano – si diradano fino a lasciare spazio al silenzio e alla grandiosità di una zona quasi pre-desertica dove il monachesimo ha avuto una delle sue maggiori fioriture.
Siamo nella zona di confine fra la Georgia e l’Azerbaigian.

Guardiamo incantati il paesaggio inconsueto che vediamo dai finestrini mentre svoltiamo per il villaggio di Udabno – una manciata di case nella vastità dell’altopiano – e in breve arriviamo al primo monastero del complesso di Davit Gareja (foto in copertina e a lato) in parte scavato nella roccia e in parte edificato, tuttora stabilmente abitato da alcuni monaci.
Il portale di ingresso accoglie i visitatori con la sua pietra scolpite e le sue figure arcaiche che immediatamente rimandano al Cristianesimo dei primi secoli.
Il monastero è il primo di una serie che si estende lungo il crinale della montagna e che travalica il confine georgiano; sappiamo in partenza che forse non sarà possibile proseguire e visitarli per via della contesa per la definizione del confine, che permane fra i 2 Stati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica.
I più atletici nel gruppo si offrono di salire in avanscoperta e tornano delusi poco dopo: il militare georgiano di guardia vieta di proseguire.

Riprendiamo il nostro mezzo di trasporto e ripercorriamo un tratto di strada fino al villaggio dove pranziamo all’Oasis Club, uno spartano avamposto per viaggiatori che appare nella steppa e offre cibo e ospitalità nel bel mezzo di un nulla che affascina con la sua essenzialità.



Dopo pranzo si riparte verso l’Armenia e Maddalena, la più giovane del gruppo e studentessa universitaria di lingue, coglie l’ultima occasione per parlare un po’ in russo con Ghiorghi, che – come tutti i georgiani non più giovanissimi – lo conosce e lo usa come lingua internazionale.
Gli ultimi chilometri di Georgia, prima del confine e della dogana di Sadakhlo, sono segnati da un gran numero di depositi di auto e camion usati – in gran parte in via di demolizione – e di bancarelle improvvisate di casalinghi e detersivi oltre alle coloratissime e invitanti cassette di frutta. Non sappiamo spiegarci esattamente il perché di questo commercio al minuto ma registriamo l’informazione.
Convinti di sbrigarcela rapidamente, alla dogana ci sottoponiamo invece a una coda snervante che si conclude solo dopo 2 ore e mezza di attesa.
Non ce la aspettavamo in un valico secondario come quello che abbiamo scelto ma ci dicono: “È l’ultimo sabato di luglio e molti armeni che lavorano in Russia stanno tornando a casa per le vacanze.”


Salutato Ghiorghi e sbrigate – si fa per dire – le formalità, facciamo il nostro ingresso in Armenia, dove ci attende Narek, che sarà il nostro autista per la seconda parte del viaggio.
Ci sistemiamo e scendiamo verso Alaverdi e il fiume Debet, una regione mineraria di confine, segnata da ciminiere e fabbriche – in parte abbandonate – dove sono comunque tuttora attive miniere per l’estrazione di rame.
Attraversiamo una valle verdissima e solitaria, qualche vecchia Lada la percorre insieme a noi; avvertiamo un senso di precarietà e di transizione e ci interroghiamo sull’uso delle risorse naturali, sull’equilibrio economico e cerchiamo di immaginarci il futuro di questa piccola parte di mondo che stiamo visitando.

La sera si avvicina ma ci ritagliamo comunque il tempo per il primo monastero del nuovo Paese che ci accoglie nella luce morbida del tramonto.


















































