Domenica 27 luglio
È la giornata dell’incontro con la religione e la spiritualità armene, che storicamente si sono inscritte nei suoi numerosi, possenti, magnifici e silenziosi monasteri.
La giornata festiva ci viene in aiuto e non ci limitiamo ad ammirarne l’originale e peculiare architettura e i loro, purtroppo ammalorati, affreschi ma ci imbattiamo in una serie di funzioni – messe, un matrimonio, un battesimo – che ci fanno accostare di persona a una liturgia tuttora complessa, accompagnata da canti, dove la simbolicità dei gesti conserva ancora una carica e una significanza antiche.


Di prima mattina, basta qualche tornante ad innalzarci fino a Haghpat, uno dei monasteri meglio conservati e complessi dell’Armenia, costruito tra il X e il XIII secolo; presa confidenza con la vastità del complesso, non tardiamo a orientarci fra le sue chiese e a riconoscere la biblioteca e scriptorium che conserva, nel pavimento, le tracce del sistema di riscaldamento, indispensabile per consentire ai monaci di affrontare l’inverno della montagna armena continuando a copiare e miniare i codici.

Abitato, nei primi secoli, da 500 monaci, si dice che il nome Haghpat derivi da antica leggenda che narra di una disputa nata tra un maestro artigiano chiamato dal principe per costruire un monastero a Sanahin e suo figlio. A causa della lite, il figlio smise di lavorare con il padre e si diresse nel villaggio vicino per costruire un altro monastero su ordine di un altro principe. Un giorno, il maestro artigiano, avvisato dai suoi operai della poderosa struttura nel vicino villaggio, raggiunse il figlio e avvicinandosi alle mura del monastero in costruzione lo osservò a lungo senza proferire parole. Improvvisamente, appoggiato il piede su uno dei muri della struttura, esordì dicendo esclusivamente hagh pat – che significa “muro possente”.

Proseguiamo il nostro giro che, nell’arco della giornata, ci porterà a visitare anche i monasteri di Sanahin, Gosh e Haghartsin.
Da Sanahin, il monastero del padre superato in bravura dal figlio, assistiamo a una coinvolgente liturgia e decidiamo poi di raggiungere a piedi il villaggio omonimo percorrendo una strada sterrata che si snoda fra piccole case e orti, dove la lana di pecora appena tosata è stesa ad asciugare.
Nella via centrale cogliamo le persistenze sovietiche nelle palazzine allineate l’una dopo l’altra, l’urgenza e la precarietà nei tubi di distribuzione del gas che corrono all’aperto e sembrano segnare la mappa del villaggio, nel macellaio che seziona i tagli di carne all’aperto ma anche la modernità, che anche qui ha posto radici, nell’insegna in inglese di un centro di bellezza.


La giornate prosegue fra improvvisi getti d’acqua che ragazzi e adulti “rimasti giovani” che – incomprensibilmente per noi – spruzzano sui vetri del pulmino e sui nostri vestiti; scopriremo solo a sera, grazie al wifi dell’hotel, che si tratta di una antichissima tradizione legata al culto della natura.
Nell’Armenia pagana la giornata era dedicata ad Astghik, la dea della bellezza e dell’amore. Annaffiando di acqua la gente ed offrendo fiori, in particolare profumati petali di rose, si consegnava il dono dell’amore. Dopo l’adozione del Cristianesimo, la chiesa ha trasformato il rito pagano nella celebrazione della Trasfigurazione di Dio. Vardavar – questo il suo nome originario – è oggi la più grande festa dell’estate nel calendario armeno.




















































