Lunedì 28 luglio.
Se c’è qualcosa che si trova solo in Armenia, questi sono proprio i khachkar, le steli di pietra – questo il loro significato letterale – e sono in gran parte monumenti funerari che risalgono, almeno i più antichi, al IX durante il processo culturale di rinascita al termine della dominazione araba.
La ragione più comune per erigere un khachkar era la salvezza della propria anima ma essi vennero eretti anche per commemorare vittorie militari, costruzioni di chiese, amori non corrisposti o come forma di protezione dai disastri naturali.
Non c’è dunque monastero o luogo legato ad avvenienti storici, nel paese, che ne conservi almeno uno.
Il luogo in Armenia che ne ospita il maggior numero è il campo dei khachkar, un antico cimitero con circa 900 steli, di vari periodi e vari stili, che si trova a Noratus (foto di cpertina).

Ci arriviamo dopo esserci fermati al lago di Sevan (in copertina), il più grande bacino idrico dell’Armenia e uno dei laghi d’alta quota – si trova oltre 2.000 metri – più grandi al mondo; lì, dopo una breve salita, tentiamo invano di visitare la chiesa e gli ambienti del monastero di Sevanavank ma una ferrea guardiana, impegnata nelle pulizie del lunedì, rimanda di 10 minuti in 10 minuti la loro apertura e non esita ad allontanare con la scopa uno di noi entrato di soppiatto. Il tempo stringe e dobbiamo rinunciare.
Ci consoliamo, strada facendo, con un antico caravanserraglio che ci accoglie nella sua frescura e nel suo buio denso di secoli; fuori una famiglia di contadini ci propone i prodotti del suo lavoro e noi assaggiamo volentieri il vino di melograno.
Ma è il cimitero di Noratus quello che caratterizza la giornata con la sua distesa infinita di khachkar ricamati nella pietra, alcuni con una semplice croce altri fitti di figure che un uomo del posto, con gesti espressivi, ci aiuta a decifrare.

Ammirando quelle figure arcaiche viene spontaneo pensare all’immaginifico e irriverente Viaggio in Armenia di Osip Mandel’štam – una delle menti più brillanti della letteratura e della poesia russa – che



definì quel paese, in cui tanto aveva voluto andare, un “regno di pietre urlanti”. E riuscì a farlo prima che il dittatore sovietico gran bevitore di acqua Borjomi – gustata anche da noi nei giorni di Tbilisi – indispettito per quel verso irriverente che lo definiva “il montanaro del Cremlino” lo confinasse, senza ritorno, in Siberia.


Riprendiamo il pulmino, dove cerchiamo di scambiare qualche parola con il nostro silenzioso ma abilissimo autista Narek – le cui parole suonano in effetti scabre come piccoli sassi – ci porta fino a Noravank attraverso il paesaggio brullo e aperto del Caucaso Minore.
È uno dei monasteri più imponenti quello che visitiamo lì, con le sue chiese e i suoi khachkar stagliati contro l’azzurro del cielo e la roccia della montagna.


Conclusa la visita puntiamo verso Yerevan e – dopo le aquile del passo di Jvar – sono ora le cicogne appollaiate sui pali a indicarci la strada verso la capitale.


















































