Mercoledì 30 luglio.

È soprattutto un incontro umano quello con Karen, la guida che ci accompagnerà nella visita di Yerevan e nella nostra ultima giornata in Armenia.

Alto, brizzolato, capace di parlare un italiano pressoché senza errori – grazie al suo lungo soggiorno nel nostro Paese – ci viene incontro nella hall e subito concorda un cambio di scaletta nel nostro percorso: inizieremo dal Memoriale del Genocidio, Tsitsernakaberd in lingua armena, per il caldo certo che si farà presto incombente ma forse anche perché quello sarà il punto centrale della sua narrazione.

Saliamo in pulmino sulla Collina delle Rondini, l’altura che ospita il monumento, progettato da 3 studenti della facoltà di architettura di Yerevan e selezionato – sottolinea Karen – “fra tutti quelli pervenuti perché era l’unico che si sviluppava completamente fuori terra, nella luce.”

E infatti, se le lastre di cemento ricurve rimandano immediatamente al visitatore un senso di chiusura e di oppressione, è sufficiente alzare lo sguardo per seguire lo slancio dell’enorme ago che si innalza di fianco e vedere il cielo.

Nonostante gli studi di economia, Karen ha un animo letterario e poetico che l’ha portato a tradurre nella nostra lingua alcuni poeti armeni, narratori del genocidio con i loro versi: ce ne legge alcuni – e lo farà anche nelle altre tappe della visita – particolarmente toccanti e capaci di trasmettere il dolore della persecuzione.

Prima di scendere, passiamo per il piccolo arboreto che ospita i pini piantati – negli anni – da personalità politiche e istituzionali in visita e la nostra guida non trascura di segnalarci quello del nostro presidente della repubblica.

Lasciata la Collina delle Rondini, è la statua colossale di Madre Armenia che ci aspetta con la sua spada sguainata anche se – nell’iconologia dello scultore Ara Harutyunyan che l’ha realizzata nel 1967 in sostituzione di una precedente statua di Stalin – simboleggia la pace raggiunta attraverso la forza, con un chiaro riferimento agli scontri con le truppe turche e curde.

Ma, come Madre Georgia, per noi suona anche come un monito ai nuovi nazionalismi.

Lasciata al Parco della Vittoria la statua colossale della etnica progenitrice, scendiamo nella città bassa, più omogenea di Tbilisi e accogliente nel suo rimandare a una impronta asiatica, che aleggia discretamente.

Per ristorarci, prendiamo un caffè in locale storico dalle pareti decorate a motivi floreali, non ci lasciamo sfuggire il moderno Centro per le arti Cafesjian, camminiamo lungo i viale alberati mentre Karen ci parla delle trasformazioni che investono la capitale, della gentrificazione che sta trasformando i quartieri storici, della casa dove ha abitato con i suoi genitori, abbattuta per far posto a condomini di lusso che i vecchi abitanti non si possono permettere, del negozio del suo fornaio – oggi chiuso – che attende di essere occupato da qualche brand del lusso europeo.

Il moderno complesso della Cascata, che ospita il Cafesjian

Non è un racconto ottimista quello della nostra guida, che vede il suo paese dibattersi nelle difficoltà economiche e nel disinteresse delle grandi potenze internazionali mentre – dice – i giovani se ne vanno all’estero in cerca di opportunità.

Forse ha ragione.

Ma, almeno a chi scrive, fa piacere legare l’ultimo ricordo del viaggio non al tristissimo Vernissage, mercatino seriale di paccottiglia per turisti dove Karen ci porta forse più per obbligo che per convinzione ma al sorriso di una ragazza che, dopo averci fatto spazio sulla panchina all’ombra, ci augura – in inglese – una buona visita della città.